Vangelo Laico

Metalogo: Che significa giudicare?

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I nostri evangelisti Bruno, Gilberto e Giovanni, stanno cenando in un ristorante dove ogni tanto s'incontrano per cercare insieme, tra una pietanza e l'altra, la formula intellettuale e morale che salverà la specie umana da una prematura estinzione.

[Giovanni] Carissimi, questa sera, se me lo permettete, vorrei proporre io un tema di discussione. Da qualche tempo, complici le sollecitazioni di Bruno, mi sto interrogando spesso sul giudizio. Come in ogni riflessione che si rispetti, ho cercato prima di tutto di definire i termini del problema. Mi sono dunque posto la domanda: che significa "giudicare?". E vorrei porla anche a voi. Per il momento, evito di darvi la mia risposta, per non influenzare le vostre. Mi limito a mettere in luce un fatto (o quello che a me sembra un fatto) piuttosto singolare. Nel linguaggio e nel senso comune, sembrano esservi due diversi tipi di giudizio. Uno desiderabile, utile e addirittura virtuoso: quello di chi è "giudizioso". Uno indesiderabile, dannoso e vizioso: quello di chi giudica. E' una contraddizione, effettiva o apparente, che ritengo densa di significato. Che ne pensate? A voi la parola.

[Bruno] Il tema proposto da Giovanni è a mio avviso importante sia in generale per comprendere l'uomo e la società da un punto di vista psicologico, sia in particolare per comprendere il "senso" della morale. Perciò ne discuterò con voi molto volentieri. Comincerei col dire che per me giudicare significa "qualificare" una persona (o qualsiasi altro ente, concreto o astratto) in senso morale, cioè come causa di bene o di male per qualcuno. Questa mia definizione, semplice solo in apparenza, andrebbe approfondita ed ampliata, e sicuramente lo faremo nel corso di questa serata o in una delle prossime. Riguardo alla doppia valenza (positiva e negativa) del termine "giudizio", la spiegherei in termini di prospettiva. Infatti, se il giudicato sono io e il giudicante un altro, l'ipotesi di essere giudicato "colpevole" di qualcosa è così terribile che non sono disposto ad accettare il giudizio di qualcuno che io non ho scelto come giudice o che non riconosco come affidabile. Pertanto considero ogni "giudice" non autorizzato da me come un potenziale nemico, e sostengo che in generale giudicare sia un male. Se invece il giudicante sono io e i giudicati gli altri, allora posso tranquillamente considerare il giudicare un doveroso esercizio di saggezza, in quanto consente di orientare se stessi e gli altri nella società nel modo più prudente, scoraggiando o reprimendo atti contrari al bene comune. Che ve ne sembra di questa spiegazione? Ho parlato in prima persona per semplificare il discorso su come la pensa la maggior parte della gente in fatto di giudizio. Tuttavia io la penso diversamente. Credo infatti che giudicare sia sempre un diritto ed un dovere morale, come pure sottoporsi al giudizio altrui, e che giudicare sia deprecabile solo quando viene fatto senza valide ragioni e senza prove sufficienti. Un mio motto è: non giudicare meno, ma giudicare meglio.

[Gilberto] Carissimi, questa sera sono veramente preoccupato nel sedermi con voi, perché vedo che la giovane età del nostro Giovanni lo ha spinto con generosa baldanza su un terreno già arato e battuto nientemeno che dal vate di Konigsberg.. Perbacco, che ardore!.. Ma questo è il bello delle nostre passeggiate in piena libertà: ed oggi allora liberamente parliamo della "critica del giudizio" come se il mondo fosse stato creato ieri. Per cominciare, mi viene spontaneo far osservare a Giovanni che non trovo particolarmente significativa la contraddizione di partenza. Ohibò, la vedo accadere in simil modo in tanti altri casi. Ci può essere un "pensieroso" che ci piace, mentre uno che pensa troppo o troppo rigidamente lo definiremmo "cerebrale"? O eccentrico? E di questo passo c'è un "coscienzioso" a fronte di un incosciente, e via dicendo. Vengo ora a Bruno, notando subito che egli ha voluto portare il giudizio nel grande alveo della morale; e questo va anche bene. Noto solo di sfuggita che giudicare è una facoltà umana essenziale e onnipresente come respirare (e lo stesso Kant infatti ne allude), attuata come "valutazione e scelta" dal sistema nervoso umano dal livello più basso e autonomo sino al più alto della coscienza. Per parafrasare Darwin: "guardate le ascidiacee per capire dove comincia il giudizio"! Questa deviazione verso la coscienza mi ricorda una autorevole neuro-scienziata. Essa ha recentemente scritto qualcosa che mi sembra riassumere in poche parole alcuni elementi importanti in una discussione del GIUDIZIO: "[la coscienza] riguarda il giudizio individuale su ciò che è moralmente giusto o sbagliato, che spesso riflette le convenzioni del gruppo di appartenenza. Il verdetto non è solo cognitivo, ma ha due elementi correlati: SENTIMENTI che ci spingono in una certa direzione, e GIUDIZIO che dà forma a quella spinta in specifiche azioni". Queste osservazioni mi sembrava utile fare, e termino dicendo che sono d'accordo con le conclusioni di Bruno.

[Giovanni] Gilberto, a Konigsberg sono stato solo di passaggio e, nonostante alcuni bei paesaggi, devo ammettere che l'aria mi è sembrata un po' insalubre. Ho trovato infatti l'esaltazione della morale fatta da Kant un po' artefatta, come se dovesse convincere, prima di tutto, se stesso. Del resto, che il fallimento della ragion pratica nel definire i fini ultimi l'abbia indotto a valorizzare non i bisogni umani, ma la religione, la dice lunga. Ma cosa vogliamo? Nietzsche non era ancora nato. Questo a parte, veniamo ai vostri commenti.
L'ambiguità d'uso della parola "giudizio" non è certo qualcosa di straordinario, sono d'accordo. Nondimeno, la trovo molto significativa. Bruno sostiene che le persone sono terrorizzate dalla possibilità di ricevere un giudizio non gradito: non per le sue eventuali conseguenze materiali, ma per il giudizio in sé. Non spiega però perché, e sospetto che non gli interessi. A me interessa, e ritengo che sia il risultato di un condizionamento culturale di lunghissima data, riconducibile all'autoritarismo. Infatti il tabù non è verso i giudizi ricevuti in generale, ma investe solo quelli di chi non è autorizzato a esprimerli. Autorizzato su quali basi? Nonostante alcuni tentativi di correzione in tempi recenti, non per merito, ma sulla base dei rapporti di forza (politici, economici, relazionali) e del riconoscimento del gruppo. La paura, dunque, riguarda non tanto il giudizio in sé, ma la violazione di una norma implicita: solo alcuni possono giudicare, e non sei tu a decidere chi. Tale norma, interiorizzata dolorosamente da bambini (a partire da un genitore prepotente, da un insegnante con pochi strumenti, da un catechista dogmatico), continua a valere nell'inconscio delle persone, che hanno paura di tirarla fuori e farci i conti. Ed ecco che, quando incontrano qualcuno che giudica liberamente, non ne sopportano la vista. La giudiziosità, di contro, viene associata non all'espressione, ma alla ricezione di giudizi positivi: chi è giudizioso viene infatti generalmente lodato. Ed ecco che un vizio si trasforma in virtù. Se l'autoritarismo, come credo, è in aperto conflitto con il senso di giustizia innato con cui nascono gli uomini, quali sono le ragioni o le cause della difficoltà di criticarlo e riconoscersi liberi (anche di giudicare)? Perché così tante persone sono schiave della paura?
Su questo, se non vi sembra fuori tema, mi piacerebbe avere un vostro parere.

[Bruno] Gilberto, sulle tue ultime considerazioni, che condivido, non avrei altro da aggiungere. Invece credo che tu, Giovanni, abbia frainteso certe mie idee sulla paura di essere mal giudicati. Hai infatti detto: “Bruno sostiene che le persone sono terrorizzate dalla possibilità di ricevere un giudizio non gradito: non per le sue eventuali conseguenze materiali, ma per il giudizio in sé. Non spiega però perché, e sospetto che non gli interessi.” Ebbene, io non parlo mai delle “cose in sé” (penso infatti che nessuna cosa sia conoscibile in sé), ma piuttosto delle relazioni tra le cose; quindi non direi che le persone temono il giudizio per il giudizio in sé, in quanto sarebbe per me un’affermazione priva di qualunque significato. In quanto al perché le persone temono di essere mal giudicate, non l’ho spiegato perché mi sembrava scontato. Cercherò quindi di spiegarlo ora e credo che la spiegazione che sto per dare non contraddica quella data da Giovanni, pur essendo la mia diversa e più semplice. Ebbene, io credo che ognuno di noi teme (consciamente o inconsciamente) il giudizio negativo altrui per il semplice fatto che siamo interdipendenti, cioè dipendiamo dalla cooperazione altrui, e che un giudizio negativo incide nella possibilità di ottenere tale cooperazione. Infatti noi siamo propensi a cooperare con una persona nella misura in cui la giudichiamo positivamente (cognitivamente e/o emotivamente), cioè nella misura in cui ci piace. In tal senso il giudizio è anche un fattore competitivo. Infatti le persone che riscuotono i giudizi più positivi trovano più facilmente i partner di cooperazione più ambiti, e viceversa. Trovo la tua spiegazione, Giovanni, molto interessante e la condivido, ma come estensione e completamento della mia. Infatti siamo stati quasi tutti educati a non giudicare le autorità (a cominciare dai propri genitori), a non metterle in discussione, e perciò molti temono (dal profondo del loro inconscio) di farlo. Tu hai posto la domanda: “perché così tante persone sono schiave della paura?”. Se intendi la paura di giudicare e/o quella di essere giudicati, credo di aver già risposto. Se intendi la paura in generale, credo sia opportuno affrontare la questione in un metalogo dedicato.

[Gilberto] Cari amici, vedo che entrambi vi siete giustamente preoccupati della "schiavitù del giudizio" e della relativa e profonda paura. Ci chiediamo perché. Ecco oggi voglio rispondere prendendo una direzione che sono sicuro vi stupirà. Magari non vi convincerà, ma converrete con me che è una prospettiva del tutto inconsueta. Voi sapete che sono un Darwinista convinto, e pertanto se dobbiamo spiegare una funzione umana ci dobbiamo chiedere subito da dove venga nel lontano passato; quel passato che inevitabilmente ci accomuna a tutti gli animali. Questa storia nasce in Siberia nel 1958. Nessun animale è forse più selvatico della Volpe Siberiana, eppure un etologo Russo, Belyaev, volle dimostrare che anche esse potevano essere addomesticate. Inutile dirvi tutti i dettagli, ma in circa 50 anni, e 50.000 Volpi trattate, i genetisti Russi ottennero dell Volpi dal muso rotondo, che amavano stare in casa con l'uomo, scodinzolavano ed abbaiavano in modo simile al cane comune. Belyaev morì felicemente, perché già alla decima generazione aveva visto il successo straordinario del suo esperimento. Tale esperimento fu utile anche per una ragione sostanziale: fornire i dati sulle variazioni genetiche e fenotipiche attraverso cui passava un animale addomesticato.
Veniamo al seguito. Primatologi ed etologi si sono incuriositi. Qualcuno ha cominciato a chiedersi se anche Homo Sapiens, in fondo, non fosse anch'egli un animale in origine parecchio selvatico che avesse subito un processo di domesticazione. I dati fenotipici di trasformazione combaciavano (es. scarso dimosrfismo sessuale). Dato che non crediamo a marziani o demiurghi capaci di imporre gli incroci selettivi, è giocoforza che questo processo Homo Sapiens deve averlo iniziato e condotto durante centinaia di migliaia di anni da solo. Tutto ciò vi sembrerà strambo, ma non negherete che è interessante. E veniamo al finale. Nel 2019 Richard Wrangham ha tratto le fila e pubblicato "The Goodness Paradox". Wrangham è un primatologo, archeologo, genetista e neuroscienziato. Partendo da una grande passione per capire la natura umana, comparandola con i primati, soprattutto nella attitudine alla violenza intra-gruppo ed inter-gruppo, egli ha formulato una sua teoria che più o meno è questa: Homo Sapiens si è auto-addomesticato introducendo proprio una capacità primaria di GIUDIZIO da parte del gruppo (magari il "consiglio degli anziani" di molte tribù di cacciatori-raccoglitori), che costringeva gli elementi "devianti" e violenti, alla morte o all'ostracismo (che una volta era comunque una condanna a morte). La finisco qui, per non sprecare spazio. Se vi ho incuriosito, vi rimando al libro che è ricco di informazioni - sui primati, sui Bonobo che sono così diversi dagli Scimpanzè, sulle forme tribali e pre-moderne di strutture giudicanti, sul paradosso umano di avere bassa violenza intra-gruppo ed alta violenza inter-gruppo, ecc. Resta da chiedersi perché la natura abbia privilegiato questo "adattamento", e magari sarà un tema per il futuro. Al di là di tutto, credo comunque che Darwin avrebbe apprezzato questo tentativo di riportare il tema del GIUDIZIO alle sue radici evolutive.

Continua...


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